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CULTURA E TURISMO

CULTURA E TURISMO

La Storia

Vista la grande abbondanza di sorgenti d'acqua, già in epoca preistorica si trovano tracce d'esseri umani nella vallata del Rio Pardu. Secondo la tradizione, un pastore d'Osini, Fuliau Serra, si stabilì con il bestiame in località Funtana de Lorista. Trovandosi bene, si fece raggiungere dalla famiglia, dai servi e da alcuni amici. Con gli anni aumentarono di numero tanto che ottennero dalla comunità osinese un vasto territorio.

Secondo lo scrittore Giovanni Lilliu, Gairo sarebbe già esistito ai tempi di San Giorgio Vescovo, ma nulla vieta che allora esistesse già da qualche tempo anche se mancano i documenti che lo attestino, come per quasi tutta la storia sarda dell'Alto Medioevo. Infatti, Gairo lo troviamo nominato per la prima volta in un documento ufficiale del 08 marzo 1217.

Ma questa non è la sua data di nascita, se ne parla soltanto incidentalmente, il che dimostrerebbe la sua preesistenza che alcuni ritengono più probabile nella zona della marina. Si pensa che in tempi più remoti le popolazioni che abitavano le zone costiere si videro costrette a spostarsi verso le zone interne dopo alcune incursioni arabe, in particolare, quelle del califfo Abd al Malik che, conquistata l'Africa del Nord, costruì una flotta di navi per dirigere alla volta dell'Europa Occidentale.

Nonostante l'indubbio valore dei Sardi, - che dal geografo arabo Edrisi, scrivendo alla corte dei Normanni in Palermo circa il loro atteggiamento tenuto in quattro secoli di dure lotte, è riepilogato così: - I Sardi…sono gente valorosa che non lascia mai l'arme -, gli abitanti della piana di Buon Cammino, si videro costretti a ritirarsi dalle zone più vicine alla costa verso luoghi più nascosti per affrontare uniti e più al coperto il nemico, più numeroso ed abituato alla guerra, riducendo, per quanto possibile, le sorprese. Il luogo ideale, volendo stare ancora in pianura, era la valle dove erano Is Meanas, nascosta al mare perché a ridosso di una collina, e in più circondata dai nuraghi Trunconi e Musciu e tante rocce sporgenti ed anfratti rocciosi che offrivano ottimi punti d'osservazione e riparo in cui ci si poteva difendere a-bilmente.

In basso, dove lo spartiacque si avvicina al Rio Pelau, i Gairesi costruirono Domusnoas, le nuove case. Demolirono la chiesa di N. S. di Buon Cammino fino allora situata nella piana di Foddini e la riedificarono nel sito attuale, completamente nascosta al mare. Lavorarono le fertili terre pianeggianti della zona circostante con le armi sempre appese alla cintola, pronti ad affrontare le sorprese ostili che potevano venire dal mare.

Si pensa che le affinità di carattere, di costume e di dialetto sussistenti tra Gairo e Tertenia, sensibilmente più marcate di quelle esistenti con i paesi di Osini, Ulassai e Jerzu, nonostante l'attuale maggiore distanza che separa i primi due centri abitati rispetto agli altri, siano dovute ad una convivenza limitrofa del periodo preceden-te a queste incursioni; esisteva anche un rito antichissimo che richiamava queste antiche relazioni di vicinato tra i due paesi: quando si doveva trasportare a spalle il simulacro di Nostra Signora di Buon Cammino da Gairo alla sua chiesa campestre, in occasione della festa, erano preferiti per portare a compimento quell'onorevole usanza i Terteniesi, se erano presenti.

Altrettanto avveniva a Tertenia in favore dei Gairesi per il trasporto del simulacro di Santa Sofia alla rispettiva chiesa campestre. Solo una vicinanza lunga ed integrata avrebbe potuto produrre questi rapporti tanto solidali fra due popolazioni e questo poté avvenire solo se si presuppone una passata vici-nanza delle stesse, che sarebbe potuta avvenire soltanto a ridosso delle coste tirreniche, dove i territori dei due paesi confinano tuttora; nella montagna, invece, erano e sono separati dai territori di Osini, Ulassai e Jerzu.

Tradizione vuole che siano assegnati due tempi differenti all'allontanarsi dalla costa ma che, per combina-zione, entrambi i paesi trovassero la sede in cui stabilirsi presso l'ovile di un osinese, per i gairesi fu Fuliau Serra di cui si diceva sopra, come suddetto. Probabilmente, quel rito suggestivo che univa in amicizia i due popoli, nacque proprio quando l'amara sorte li costrinse a separarsi, allontanandosi dal mare, intendendo con esso perpe-tuare il ricordo di un'antica e amichevole vicinanza.

Le lotte senza quartiere tra i Pisani ed i Visconti per il possesso della Sardegna Orientale, dalla Gallura a capo Carbonara iniziate nel 1258, costrinsero i Gairesi ed altre comunità stanziate nella pianura di Sessei a scap-pare verso le zone interne ed a vagare a lungo alla ricerca di una nuova dimora stabile. Tuttavia, i Gairesi, al con-trario di Loceri e San Pietro, riuscirono in pochi anni a sistemarsi: infatti, il paese di Gairo, già nel 1316 è uffi-cialmente censito da Pisa per fini fiscali. L'allora nuovo abitato (oggi abbandonato e conosciuto come Gairo Vecchio) fu fondato, come suddetto, vicino all'ovile di un Osinese nella zona montana di Funtana ‘e Lorista.

Questo, probabilmente, già allora era un piccolo villaggio con tanto di chiesa dedicata a Sant'Elena Imperatrice. Comunque, data la fecondità delle terre in pianura, i Gairesi continuarono a mantenere uno stretto rapporto con loro e, sebbene non senza difficoltà di cui si parlerà più avanti, riuscirono a mantenerne il possesso e la proprietà sino ai giorni nostri.
I forestieri furono accolti fraternamente ed invitati a sistemarsi oltre il ruscello, in seguito detto di Arega Pi-ras. Secondo la tradizione, furono le donne d'Ulassai a costruire la chiesa che fu consacrata allo Spirito Santo.

Unica condizione posta ai nuovi arrivati fu di riconoscere come matrice la chiesa già esistente di Sant'Elena, con tutte le conseguenze, anche religiose: le processioni che partivano dalla chiesa dello Spirito Santo non potevano varcare il ruscello intermedio, mentre quelle che partivano dalla chiesa di Sant'Elena, in segno di superiorità, po-tevano varcarlo e passare anche al vicinato opposto.

Il periodo immediatamente successivo al trasferimento dalla pianura di Sessei alla montagna fu un tempo di miseria dovuta, oltre che alla perdita dei beni mobili e delle abitazioni determinata dalla fuga frettolosa sotto la pressione delle truppe pisane che incalzavano, anche alla confisca del territorio di Sessei che Pisa aveva incame-rato nel suo Demanio. Da Pisa, il salto di Sessei passò, con la conquista dell'Isola nel 1324, agli Aragonesi e da questi a Berengario Carroz, insieme a tutta l'Ogliastra, Gairo incluso.

La tradizione vuole che, in seguito, una contessa di Quirra fece dono di quel salto ad una donna di Tortolì, Polea Carta. Quest'ultima l'avrebbe poi dona-ta ai Gairesi. In segno di gratitudine, lei ne avrebbe avuto una pensione e dei riguardi onorifici, come quello di offrirle una sedia in chiesa, mentre gli altri sedevano in terra o stavano in piedi. Un successore della contessa do-natrice tentò di riprendersi il salto mediante lite che si concluse l'11 ottobre 1580 in favore dei fratelli Andrea e Francesco Ghigino, legittimi eredi di Polea Carta, che ne mantennero, quindi, la proprietà.

Ma la stessa sentenza sembra negare la donazione fatta da quest'ultima ai Gairesi. Questi, infatti, figuravano semplicemente affittuari del salto, anche nel patto di vendita stipulato il 31 ottobre 1608 tra il loro sindaco Giovanni Piras ed i cugini di Tortolì Sebastiano Ghigino e Giorgia Carta. Probabilmente non si trattava di una vera e propria donazione in proprietà ma in usufrutto con cui Polea Carta lasciava ai suoi eredi la proprietà di quel salto, restringendo la do-nazione all'usufrutto perpetuo in favore dei Gairesi, contro pagamento di una pensione di quaranta lire annue a lei, fin quando era in vita, e ai suoi eredi. In ogni modo, dopo aver ricevuto quella pensione di 40 lire l'anno per parecchio tempo, gli eredi di Carta, decisero di vendere il Sessei.

I Gairesi, a loro volta, colsero l'occasione per il suo acquisto. Il 20 settembre del 1608 fu fatta una riunione dei capifamiglia del paese affinché eleggessero i sin-daci investiti dei poteri per concludere in nome del comune l'ambìto affare. Gli eletti per la conclusione dell'acquisto furono Giovanni Piras e Giovanni Mulas, con possibilità di agire anche disgiuntamente.

Infatti, fu solo il sindaco Piras che si recò a Tortolì il 31 ottobre del medesimo anno, per discutere il patto di vendita. Fu stabilito che le due parti si sarebbero recate a Cagliari, la allora Capitale del territorio, entro tre mesi per stipulare il vero e proprio atto di vendita. Ma questo non poté avvenire che il 14 marzo del 1616, poiché, con la soprag-giunta morte di Giorgia Carta, si resero necessarie pratiche lunghe affinché Ghigino potesse avere le necessarie autorizzazioni ad agire per conto dei figli minori, eredi della moglie, e forse anche perché Gairo non si poteva permettere di pagare le rate annuali di 500 lire per cui si era impegnato.

Nell'atto di vendita fu espressamente stabilito che veniva venduto dai Ghigino ed acquistato dai Gairesi TUTTO IL SALTO DI SESSEI specificando-ne, immediatamente dopo, i confini. Il Comune di Gairo insieme a Cardedu, che è divenuto comune autonomo nel 1984, ancora oggi ne mantengono la proprietà, anche se dopo numerose peripezie legali.

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